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Storie

martedì 14 novembre 2017

Alessandro riapre il bar: torniamo alla normalità!

Alessandro riapre il bar: torniamo alla normalità!

 

C'è chi ha bisogno di raccontare e chi no. C'è chi vuole testimoniare. E chi no.

Il terremoto è stato uguale per tutti ma non tutti sono stati uguali davanti al terremoto. A qualcuno sembra troppo raccontare di se stessi. Sembra un insulto verso chi ha perso di più. Sembra ostentazione del dolore.
E il loro silenzio va rispettato. Sarà la paura di riandare con la mente a quella notte o forse la tranquillità del fatalista. Oppure è la forza d’animo di chi è tetragono ai colpi della sventura.

Siamo al secondo piano del centro commerciale Il Corso di Amatrice.

Alessandro Ciaralli è dall’altra parte del bancone. Il suo bar è accogliente, luminoso, moderno. Musica, TV, specchi, è tutto nuovo. Ci sediamo al tavolino davanti a un caffè. E aspettiamo.

“Per favore, non fotografarmi”.

Non commento. Mi guardo intorno: il locale è veramente bello, completo di tutti i servizi. Ciaralli lo ha progettato bene. C’è la spillatura della birra, il banco del gelato artigianale e, discreto, il laboratorio per la preparazione di cocktail e piatti caldi.

Alessandro mi guarda. Stiamo comunicando con il silenzio. Stiamo rispettando chi vuole rispetto per gli amici che non ci sono più.

“Io non voglio vedere negli occhi degli altri il compatimento. È passato un anno…”.

Ancora non capisco. Mi alzo e vado verso di lui. Nel locale in questo momento non c’è nessuno.

“A confronto di tanti miei concittadini io sono un miracolato. Perché vuoi raccontare di me quando qui accanto c’è chi ha perso genitori e parenti?”

Io non rispondo. Gli chiedo solo se posso scattare qualche foto al locale. Intanto entrano clienti.

Alessandro stavolta si è fatto capire bene. Non parla perché si sente “troppo” fortunato.

La fortuna è essere vivo. E basta. Tutto il resto non c'è più. E neanche conta.

E il suo “piccolo” dolore, a confronto, rischia di diventare goffo e patetico. È per questo, allora, che il 47enne Alessandro Ciaralli non vuole raccontarsi.

E invece parla. “Il mio bar sotto la torre di Amatrice è venuto giù, ho perso la casa e anche quella dei miei genitori è crollata. Poi, il giorno dopo ho riabbracciato mia nipote di 6 anni e mi è bastato vederla per buttarmi tutto alle spalle”.

Si vorrebbe fermare, ha già detto troppo. Ma continua. Alessandro ha dato una spallata al terremoto. Ha ricomprato casa per se e per i genitori (“non voglio che papà e mamma vivano in un container”), ha accettato la proposta della Regione di delocalizzarsi, ha riaperto il bar, bello e luminoso.

“È successo, punto. Ora andiamo avanti. Io ho bisogno di tornare a vivere, di ricominciare. Voglio stare qui, vivere sulle mie gambe, tornare a fare quello che facevo prima”.

È per questo che il suo bar è così splendido ma altrettanto normale.

La bellezza deve tornare a essere normalità, qui ad Amatrice.

Entrano altri clienti. Ringrazio e pago il mio ottimo caffè.

Alzando gli occhi verso di lui, per un attimo mi sembra che Alessandro voglia quasi scusarsi per essere stato così avaro di commenti.

Ma è normale, penso io.

C’è chi parla e chi comunica con gli occhi.

Come Charlie Chaplin e il piccolo protagonista de Il Monello.