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Storie

martedì 12 settembre 2017

Francesco, la forza dell’amore per Accumoli

Francesco, la forza dell’amore per Accumoli

“Sono il farmacista di Accumoli da 4 anni ma non sono di queste parti”.

Chi parla è Francesco Nigro, 51 anni. Per tutti è il farmacista. E, come tanti, quella notte del 24 agosto 2016 ha perso tutto.

Non usa giri di parole, Francesco. “Sono venuto qui per avviare la mia attività. Poi è successo l’inimmaginabile. Hai presente quando lavori col computer, hai una scrivania, una bella sedia, mura che ti proteggono e ti confortano nel tuo lavoro? E quindi il tuo lavoro ti viene bene, ti piace? Ecco, pensa di perdere tutto questo in 2 minuti e 40 secondi. Ti svegli e non trovi niente, letteralmente niente”.

La mattina del 25 agosto, ancora in pigiama, Francesco corse a vedere cosa fosse successo alla sua farmacia.

“Mi sedetti su un muretto, pietrificato. Non riuscivo neanche a pensare. Sono stato così per un’ora. Sembravo un gargoyle, una statuina all’ingresso delle case, un leoncino di pietra su uno dei muretti a lato dei cancelli. Non riuscivo a reagire.”

“Dopo un po’, per fortuna, ho sentito voci che mi chiamavano. Le persone intorno a me avevano bisogno di qualcosa, forse solo di una parola”.

È stato il bisogno degli altri a riportare Francesco in vita. La necessità di aiutare, la responsabilità di essere utile.

“Da qui è nato tutto.”

“Cosa è nato, Francesco?”, gli chiediamo, mentre davanti a noi si apre lo scenario di quella mattina tremenda. E riusciamo quasi a vederlo, solo lui in primo piano, messo bene a fuoco mentre lo sfondo perde contorni, sfumato nella polvere delle macerie.

“Non avendo niente, ho cominciato a sentire quello di cui aveva bisogno la gente”.

Accumoli si è ritrovata nelle tende, piccoli nuclei di comunità che si ricostituivano.

Francesco chiama i fornitori – i contatti telefonici delle aziende li aveva ancora con sé – e inizia a rifornirsi di farmaci, a cominciare dalle aspirine.

“E’ iniziata così la mia attività di farmacista ambulante. In questi paesi, la nostra figura è una presenza, un riferimento preciso come il sindaco, il dottore, il commercialista. Ma Accumoli era un paese senza case. Solo tende da campo”. Ogni tendopoli rappresentava un pezzo di paese, come i rioni o le contrade. E Francesco era di nuovo il farmacista.

“Ogni mattina facevo il giro di tutte le tende per prendere nota delle varie esigenze e alla sera consegnavo i medicinali. Per fortuna (un termine caro a Francesco ndr) avevo con me il telefono e, soprattutto, lo schedario cartaceo recuperato dalle macerie, dove avevo appuntato meticolosamente, durante gli anni di attività, i nomi di pazienti e relativi farmaci. Riuscivo a farmi arrivare i medicinali al campo principale di Accumoli e da qui li distribuivo nelle varie tende, nei nuovi quartieri della città sepolta”.

Poi arriva il momento dell’evacuazione totale. Gli sfollati di Accumoli vengono dislocati negli alberghi sul litorale adriatico, dove si ricostituiscono le comunità. E anche in questa situazione Francesco segue i suoi pazienti.

“Fino al 24 novembre non avevo nulla, se non la mia macchina e il cellulare, che conoscevano tutti. Perché ho un cellulare solo, lavoro e privato coincidono. Mi chiamavano perché avevano bisogno di prendere le loro medicine, spesso non ricordavano neanche i nomi dei farmaci. Non tutti, con un terremoto di mezzo, hanno la prontezza di rammentare il nome dei farmaci da assumere”.

Già, riflettiamo: senza più i luoghi cari e le consuetudini quotidiane, senza più la casa, specialmente per un anziano è difficile anche riportare alla mente il nome della tua medicina. Sai solo che la devi prendere, che non ne puoi fare a meno. E chiedi disperatamente aiuto.

“Sono andato a memoria – racconta ancora Francesco – supportato dal mio prezioso schedario. Le mie giornate erano tutte uguali. Andavo su ad Accumoli e la sera tornavo negli alberghi. Che altro potevo fare? Non c’erano soluzioni. Avevo trovato un luogo dove appoggiarmi, a Torrita, una località a 1.018 metri dove c’erano dei container messi a disposizione dalla Misericordia. Da lì programmavo la giornata”.

“La sera impacchettavo tutto, diviso in buste e bustarelle con nomi e cognomi, e tornavo sul litorale per fare il giro di tutti gli alberghi. Per portare le cose che dovevo portare. Era diventata una sorta di appuntamento. Nella hall tutti aspettavano “il farmacista”, tutti quei pacchetti da distribuire come fossero regali. Era quasi divertente.”

Finalmente il 24 novembre arriva una struttura dalla sua società, arredata con tutto il necessario per le urgenze. “Solo dopo ho potuto dotarmi di un registratore di cassa, avuto in regalo, e del computer della farmacia, che nel frattempo era stato recuperato dalle macerie”.

Lo ascoltiamo. Non possiamo fare altro. Ci vengono alla mente alcune scene del film “Ci vediamo domani”, e sorridiamo in silenzio.

Francesco è calmo. Calmo di una rabbia che ha superato i limiti.

Purtroppo, ci spiega, chi è chiamato a giudicare i danni e a redigere un atto non vive sul posto la cruda realtà e la difficoltà di chi, invece, in molti casi ha perso tutto.

E poi c’è la burocrazia tutta italiana. “Io ho rivisto i miei figli dopo 24 giorni perché in quel momento la cosa che mi premeva di più era il bene comune. Ad agosto ho chiamato inutilmente funzionari e impiegati pubblici: erano in ferie”.

Ma Francesco guarda avanti, al futuro. Il suo è un appello affinché gli possa essere riconosciuto il risarcimento del frigorifero a temperatura controllata, distrutto sotto le macerie.

“In molti casi può fare la differenza tra la vita e la morte di un paziente, in quanto quel tipo di frigorifero mi garantirebbe la possibilità di conservare e somministrare medicinali salvavita”.