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Storie

martedì 3 ottobre 2017

Giorgia e la sua agricoltura spaziale

Giorgia e la sua agricoltura spaziale

 

Chiamiamo Giorgia Pontetti dopo aver curiosato sul sito della sua Ferrari Farm. Avvertiamo qualcosa di straordinario. E lo vogliamo scoprire. Siamo a Petrella Salto, a un passo dal Lago omonimo. A un passo dal cratere sismico.

Giorgia ci risponde subito, frizzante. Ci mette quasi fretta e dunque le chiediamo quanto tempo abbiamo a disposizione per l’intervista. “Una decina di minuti, cercheremo di gestirla”, dice gelandoci. Ma trasmette efficienza. Il tempo basterà, ne siamo certi.

40 anni, la Pontetti ha due anime assolutamente in armonia tra loro. Oltre ad appartenere a una famiglia con tradizioni contadine, Giorgia ha una formazione decisamente tecnologica. Segue le impronte del padre che lavora nel settore militare. Diventa prima ingegnere elettronico e successivamente astronautico. Partecipa a missioni internazionali, anche spaziali, da cui attingerà in futuro ispirazione per la sua idea di impresa innovativa.

L’illuminazione le viene nel corso di una conferenza. Un professore americano parlava di Marte e di astronauti in missione che per nutrirsi avrebbero dovuto ricorrere a prodotti di coltivazioni idroponiche. “Io ho una formazione classica” spiega. “Sapevo l’etimologia della parola idroponico ma non avevo idea della concretezza della tecnica”.

Giorgia inizia a documentarsi su web. Scopre che la tecnica di coltivazione risale ai Babilonesi, agli Egizi, ai Maya. “Mi sono appassionata, ho chiesto alla mia famiglia di riconvertire la nostra in un’azienda di nuova generazione. Si trattava di affiancare al biologico, che già praticavamo, un impianto che non aveva eguali in tutto il mondo. Sentivo un pizzico di presunzione per qualcosa mai fatto prima da nessuno.”

Si confronta, Giorgia. Tutti la sconsigliano: la tecnica era già stata sperimentata in altri Paesi ma senza successo. E richiede forti investimenti. Ma la sua competenza nella microelettronica le viene incontro. Nelle cosiddette cleanrooms, le camere bianche completamente sterili, si lavora con i circuiti elettronici. “Cosa succederebbe se invece dei circuiti ci fossero piante?” Inizia così a realizzare i suoi impianti, simili esteticamente a serre ma in aree perfettamente sterili, lontane da agenti inquinanti e da condizioni ambientali avverse.

“La caratteristica che rende il mio impianto unico in tutto il mondo – spiega Giorgia con orgoglio – non è la sua origine idroponica ma è dovuta alla sterilità della serra, completamente chiusa e computerizzata”.

Affascinati dal suo racconto, ci stavamo dimenticando che la sua azienda è nata appena tre anni prima del terribile sisma del 2016. “Sono stata fortunata, ci dice. L’azienda è giovane e quindi è stata realizzata interamente nel rispetto delle norme antisismiche”.

Ma il terremoto ha creato ugualmente gravi danni. La fuga, innanzitutto. “L’allontanamento delle persone che venivano qui per le vacanze o solo per un weekend di relax. E poi c’è la paura che il sisma torni di nuovo, che si ripeta”.

Le chiediamo se in proposito abbia un’idea. “Never give up!”, risponde senza farci finire. Non mollare mai. “Occorre ricostruire la parte sociale, ricompattare la comunità. Comunità che può fare quadrato, alleandosi e rilanciando l’economia. Ci dobbiamo fare pubblicità uno con l’altro. La comunità fa il business. E soprattutto solidarietà”.

Giorgia torna subito alla sua attività. Un fiume in piena. Progetti, idee, soluzioni. Addirittura un robot di sua ideazione, un elettrodomestico grande come una lavatrice in grado di coltivare l’insalata.

Con un sogno: portare sulla Terra i pomodori coltivati su Marte!